La “diplomazia parallela” di Julius Evola

Il 31 agosto 1938 una relazione segreta della Ahnenerbe informa il Reichsführer Heinrich Himmler che Julius Evola esercita “pressioni sui dirigenti e sui funzionari sia del Partito che dello Stato” (Vordringen zu führenden Dienststellen der Partei und des Staates) e sviluppa una “attività propagandistica nei Paesi vicini” (propagandische Tätigkeit in den Nachbarländern)[1], ad esempio in Francia e in Romania. Indubbiamente “complessi ed oscuri”[2] sono i rapporti intercorsi fra Evola e il Terzo Reich; tuttavia, in base al fatto che Evola fosse addirittura in grado di esercitare “pressioni” su “apparati non facilmente permeabili, quali quelli del Partito e dello Stato nella Germania nazionalsocialista”, Giorgio Galli ritiene lecito dedurre che lo scrittore “aveva in realtà progetti politici, di tipo elitista, non privi di possibilità operative”[3]. L’ipotesi sembra confermata da un episodio di cui Evola fu protagonista a Praga nell’estate del 1938; ma,prima di rievocarlo, vediamo quali erano i “Paesi vicini” (Nachbarländern) in cui Evola avrebbe svolto la sua “attività propagandistica” (propagandische Tätigkeit).

Innanzitutto l’Austria, che da “Paese vicino” diventò territorio del Reich Tedesco il 13 marzo dello stesso anno in cui il Reichsführer riceveva la relazione di cui sopra. Scriverà infatti Evola: “Un suolo assai fecondo era anche presentato da Vienna, dove spesso trascorsi l’inverno, e dove entrai in relazione con esponenti della Destra e dell’antica aristocrazia, inoltre col gruppo facente capo al filosofo Othmar Spann, agente sulla stessa linea. Qui vi fu una mia stretta collaborazione col principe K. A. Rohan, che disponeva di una importante rete di relazioni”[4]. Di quest’ultimo, fondatore di un Kulturbund (Verband für kulturelle Zusammenarbeit) e di una diffusissima Europäische Revue, Evola aveva pubblicato alcuni articoli nel suo Diorama; e su Bibliografia Fascista aveva scritto una lunga recensione di Schicksalsstunde Europas, presentandone l’autore come “un Europeo nel senso migliore del termine (…) un elemento prezioso del fronte supernazionale di tutti coloro che ‘tengono fermo’ in una viva coscienza dei valori spirituali della tradizione europea e in una volontà di riaffermarne tutta la forza al centro dell’opera della ricostruzione futura”[5]. Quanto ai contatti di Evola con Spann, essi erano ben noti all’Ahnenerbe, che nel documento in questione scrive: “I suoi concreti rapporti con Spann sono stati nel frattempo chiariti. C’è mancato poco che Evola vedesse in Spann un alleato e approfittasse dell’occasione per un avvicinamento, per quanto potesse esservi per Spann un avvenire politico”. Avvenire che non vi fu, perché Spann, che aveva tenuto la cattedra di economia e sociologia a Vienna, dopo l’Anschluss fu internato in un campo di concentramento. Morirà a Neustift, nel Bürgerland, nel 1950.

1. In Romania

Il 29 gennaio 1938 René Guénon annunciava a Vasile Lovinescu un’imminente visita di Evola in Romania. “Evola – si legge nella lettera di Guénon – mi scrive che senza dubbio si recherà prossimamente a Bucarest e mi chiede di indicargli delle persone che ivi potrebbe incontrare. Ci siete soltanto Voi e M.[ichel] V.[âlsan] e spero che non troverete sconveniente che io gli dia i vostri indirizzi, affinché vi chieda un appuntamento (glieli darò tutti e due, nel caso che uno di voi sia assente)”[6]. Come risulta dalla documentazione citata altrove[7], Evola incontrò sia Lovinescu sia Vâlsan.

Ma l’incontro più celebre di Evola nella capitale romena è quello con Corneliu Codreanu nel marzo del 1938[8]. Era il periodo in cui il Capitano della Guardia di Ferro, in seguito all’instaurazione della dittatura regale, aveva pensato di rifugiarsi in Italia. “Quando i rapporti col governo si fecero tesi al massimo – mi raccontò nel 1992 la vedova del Capitano – Corneliu mi disse di preparare lo stretto necessario per il viaggio. Riempii due valige e rimasi in attesa della partenza per l’Italia. Aspettai, aspettai”. Ma Codreanu ebbe un ripensamento. Il 30 marzo, in una lettera inviata al capo del cuib “Dacia” di Roma, egli scrive: “Qui si sta svolgendo la più grande battaglia legionaria. Non vengo a Roma”[9]. Forse la visita di Evola aveva a che fare con quel momentaneo progetto di esilio? Forse il viaggiatore italiano era venuto a sollecitare una partenza che poteva salvare la vita al Capitano? A interrogativi del genere non è possibile rispondere.

A Bucarest, Evola non vide solo Codreanu, ma ebbe “tanti incontri e colloqui”[10], come scriverà dopo la guerra. Oltre a Lovinescu e Vâlsan, vide Eliade, con cui era in relazione epistolare almeno dal 1928[11]. Fu Eliade a procurargli il contatto con Codreanu; fu lui ad accompagnare Evola nell’abitazione di Nae Ionescu, il maestro della “giovane generazione”, dove era presente il matematico e fisico Octav Onicescu, conferenziere all’Istituto Italiano di Cultura e collaboratore di periodici italo-romeni, nonché membro fondatore del CAUR romeno. Di quest’ultimo organismo Evola incontrò il presidente, Mihail Manoilescu, il principale teorico romeno del corporativismo, che aveva appena scritto la prefazione al saggio di Baracchi Tua sul Movimento legionario[12]. In quel periodo Manoilescu, che Evola doveva aver conosciuto a Roma nel novembre 1932 in occasione del Convegno Volta, patrocinava l’edizione italiana del libro di Codreanu Pentru legionari. Altre personalità incontrate da Evola furono Constantin Argetoianu, che in febbraio era diventato ministro dell’Industria nel governo del Patriarca Miron Cristea; Gheorghe Clime, che dopo aver diretto il Corpo dei Lavoratori Legionari aveva assunto la presidenza del partito legionario “Tutto per la Patria”; Petre Ţuţea, ex allievo di Sombart ed autore di studi di economia e di politica. Sembra infine che Evola abbia conosciuto anche Marcel Avramescu, bizzarra figura di ebreo che, dopo aver collaborato a movimenti e riviste d’avanguardia, era entrato in corrispondenza con Guénon e aveva fondato una rivista tradizionalista di breve vita, Memra, dove si trovano, firmati con pseudonimo, anche due contributi di Eliade. Su un numero di Memra dell’anno precedente, Avramescu aveva pubblicato un articolo in cui Evola veniva messo sul piano di Bô Yin Râ per via del suo “antitradizionale individualismo”, del suo “sintomatico anticattolicesimo” e del “sistema pseudotantrico (da lui) preconizzato”. In seguito Avramescu, convertitosi all’Ortodossia, avrebbe ricevuto l’ordinazione sacerdotale.

2. In Ungheria

Un Paese vicino alla Germania, che Evola aveva visitato prima del 1938, era l’Ungheria. Vi era stato nel 1936, come risulta da una cartolina spedita da Budapest il 9 aprile di quell’anno a Massimo Scaligero. Sempre nel 1936, il 20 ottobre, era uscito sul Corriere padano un suo articolo intitolato Ore danubiane: alle fantasmagoriche notti budapestine veniva contrapposta “l’Ungheria più sana e simpatica” delle campagne, dove “spesso si conserva quasi integralmente il migliore medioevo slavo-magiaro: fondi immensi, popolazioni fedeli e laboriose, una nobiltà che sdegna i soggiorni cittadini e spesso produce tipi veramente di alta statura, una grande chiarezza di vita”. Il 30 luglio 1938 il Corriere padano pubblicò un altro articolo di Evola sulla capitale ungherese, Esplorazioni di vita notturna europea, dove l’autore esprimeva la propria preferenza non per i “ritrovi più o meno pariginizzati”, ma per i locali animati dall’“arte negromantica” dei musicanti zingari, “questi strani esseri olivastri” (anche se, conclude, “i migliori zigani si trovano, forse, in Romania”).

Nel corso dell’“Autodifesa” pronunciata nel 1951 davanti alla Corte d’Assise di Roma, Evola rivendicò di “esser stato invitato a parlare in società estere aperte solo ai principali esponenti del pensiero tradizionale e aristocratico europeo”[13] e citò, accanto al Herrenklub di Berlino e al Kulturbund di Vienna, anche la “Associazione di cultura” della contessa Edina Zichy a Budapest. Lo stesso riferimento si trova in una lettera indirizzata il 19 ottobre 1957 a Károly (Karl) Kerényi. “Egregio Professore, – esordisce Evola – è ormai trascorso un lungo tempo da quando ci siamo incontrati a Budapest in occasione delle mie conferenze presso il Kulturbund della contessa Zichy”. In realtà l’associazione presieduta dalla nobildonna si chiamava Szellemi Együttmüködés Szövetségeinek Magyar Egyesülete (Unione Ungherese delle Società per la Collaborazione Spirituale). Quanto alle conferenze di Evola, potrebbero essersi svolte nel castello del conte Rafael Zichy a Sárszentmihály (all’epoca: Szentmihály-Zichyfalva-Edina), oppure al numero 23-25 della budapestina Verbőczy utca, dove nel 1922 aveva parlato anche Thomas Mann; oppure in un’altra casa della contessa Edina Zichy, sita al numero 21-23 di Táncsics utca, sempre a Budapest. Sulla facciata di quest’ultimo edificio, se non fosse stato per il rifiuto delle autorità municipali, tre associazioni ungheresi avrebbero collocato, nel centenario della nascita di Evola, una lapide con la seguente iscrizione: “Su invito di questa casa, venne in Ungheria Julius Evola (1898-1974), il grande filosofo, politologo, storico delle religioni e pensatore tradizionalista italiano. Per coloro che rendono omaggio non agl’idoli, ma ai princìpi che stanno dietro alle individualità”.

In seguito al ritrovamento di una documentazione proveniente dal fondo del Ministero della Cultura Popolare (Archivio dello Stato), si può dire con certezza che una delle conferenze budapestine di Evola ebbe luogo il 24 aprile 1942 al Museo Nazionale; nello stesso mese era stato in Ungheria anche Giuseppe Tucci, che vi aveva tenuto tre conferenze. Un “appunto per il Ministro” del 10 marzo 1942, redatto dal Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare del governo di Roma, informa che Evola è stato invitato a tenere conferenze in Germania e in Ungheria; nel paese magiaro lo scrittore si recherebbe su invito della contessa Zichy, subito dopo le conferenze in Germania, per parlare sul tema Gralsmysterium und Reichsgedanke. “Trattasi – dice l’appunto – di una conferenza puramente storico-culturale, nella quale si cercherà di individuare il vero contenuto delle leggende medievali del ciclo del Graal e di dimostrare che esse, in certo qual modo, hanno costituito il prolungamento mistico degli ideali politici ghibellini dell’Impero e della Cavalleria”.

Il 25 marzo il Ministro della Cultura Popolare, Alessandro Pavolini, invia al Comando Difesa Territoriale di Roma e per conoscenza alla Questura dell’Urbe un telegramma che invita a “concedere massima urgenza nulla osta espatrio Germania et Ungheria Prof. Giulio Cesare Evola che deve recarsi detti Stati per conferenze debitamente autorizzate (…) Ministero Interno et Ministero Esteri hanno già accordato proprio nulla osta (…) Prof. Evola appartiene classe 1898 et est in forza come soldato Distretto Militare Roma II”. In data 2 aprile, il Comando risponde al Ministero della Cultura Popolare comunicando la concessione del nulla osta per la Germania; ma aggiunge “che non è stato possibile concedere tale nulla osta anche per l’Ungheria, non essendo consentito autorizzare l’espatrio contemporaneamente per più Stati”. Ciononostante, dopo aver parlato ad Amburgo, Berlino, Braunschweig e Stoccarda sul tema Rom und die Wiederentdeckung des olympischen Nordens, lo scrittore italiano si reca in Ungheria. Il 20 aprile è a Budapest, dove informa l’Ufficio Stampa della Legazione d’Italia di essere stato invitato a tenere una conferenza.

In una “riservatissima” Relazione sulle conferenze tenute in Budapest dal pubblicista J. Evola del 4 maggio 1942, firmata dall’ambasciatore Filippo Anfuso e inviata per telespresso al Ministero degli Esteri, si può leggere: “Poiché dalla dichiarazioni del signor Evola non risultava chiaro se detta conferenza fosse stata o meno autorizzata, mentre questa Regia Legazione non aveva ricevuto alcuna comunicazione ministeriale al riguardo, fu telegraficamente interpellato codesto Ministero che rispose informando che la conferenza era stata autorizzata”. Anfuso allega alla relazione il testo di un’inserzione pubblicata sui giornali ungheresi per annunciare la conferenza, nonché un esemplare degli inviti diramati dagli organizzatori. Tali allegati non si trovano nella documentazione che mi è stata fornita, ma nel quotidiano Pesti Ujság (Giornale di Pest) del 23 aprile 1942 ho trovato la seguente inserzione: “Conferenza a Budapest di un filosofo della storia italiano. Il 24 aprile, alle ore sei del pomeriggio, il barone Giulio Evola, filosofo della storia italiano, terrà una conferenza in lingua tedesca sul tema Il mistero del Graal e la dottrina imperiale ghibellina, nella sala delle conferenze del Museo delle Scienze Naturali, al numero 13 di Baross utca”. Il risultato della pubblicità data alla conferenza, comunque, sembra piuttosto modesto: “la conferenza del dottor Evola ebbe luogo il giorno 24 in un’angusta sala del Museo Nazionale alla presenza di circa venticinque persone, in maggior parte donne, tra le quali la contessa Zichy, presidente della Federazione invitante”. Piuttosto strana è la successiva notizia fornita dalla relazione, ossia che Evola avrebbe letto la sua conferenza “in lingua tedesca e in lingua ungherese”; più verosimile, dal momento che il conferenziere non conosceva l’ungherese, è che egli si sia espresso in tedesco e che un interprete abbia effettuato una traduzione simultanea in ungherese. In ogni caso, nella relazione inviata al Ministero degli Esteri il discorso di Evola viene sintetizzato nei termini seguenti.

“Il pensiero fondamentale della Urtradition circa il mistero del Santo Gral – si legge nella relazione – è etico-spirituale, e rimane invariato nel corso dei tempi. La tradizione orientale ha coltivato il concetto del vero dominio della virtù, che – simile alla stella polare – permane invariata nell’eterno fluire delle cose. Al principio del dominio etico corrisponde la rappresentazione locale di un mondo iperboreo, indo-ariano, l’isola Avalon, sede del Re Artù, che significa la presenza sulla terra di una forza ed essenza ultraterrena. Questo motivo è in correlazione colla mistica del Gral. Il Gral è nel concetto medievale un oggetto misterioso e santo che concede al suo possessore felicità terrena e celeste, ma che può essere trovato soltanto dal Puro predestinato. L’idea di questo Duce del mondo è espressa storicamente nella monarchia mondiale e imperiale preconizzata dai Ghibellini. Concludendo, l’oratore ha affermato che la storia recente torna ad essere ispirata dal misticismo dei popoli indo-ariani”. La relazione termina il resoconto dei fatti riferendo di una cena offerta allo scrittore italiano: “Dopo la conferenza, in una sala riservata dell’Albergo Pannonia, ebbe luogo una cena sociale alla quale hanno partecipato, oltre all’ospite, nove persone”.

Nella seconda parte della relazione, Anfuso si prova a riassumere le tesi di Evola. “Com’è noto a codesto Ministero il Signor Evola va da tempo pronunziando all’estero conferenze intese a respingere le origini ed i valori classici della storia e della cultura italiana e a sostenere che l’elemento realmente creatore, in ogni epoca della storia italiana, fu quello nordico e non già quello mediterraneo, che si identifica invece con forme di decadenza nella vita e nell’arte. La conferenza tenuta a Budapest, se non ha avuto il carattere polemico che hanno avuto altre sue conferenze, si muove nello stesso ordine di idee e rappresenta un’esaltazione del misticismo nordico indo-germanico, rappresentato dal mito di Gral (sic) e dall’idea della Monarchia mondiale”. Viene quindi espresso un giudizio molto critico circa l’opportunità che tali tesi vengano divulgate, specialmente in una situazione come quella presente. “Senza voler intervenire nel merito delle molto discutibili tesi del signor Evola, questa R. Legazione ha il dovere di far presente che conferenze come quella tenuta dal predetto pubblicista, avendo per preciso oggetto l’esaltazione di miti e concezioni straniere, non giovano certo – all’estero – al prestigio della cultura e del pensiero italiani e sono perciò stesso – specie in tempo di guerra – inopportuni. Come inopportuna appare, sempre per considerazioni di prestigio, la germanizzazione del nome dell’oratore, quale risulta dagli acclusi biglietti di invito”. La presenza del nome Julius nell’onomastica tedesca deve aver indotto Anfuso, buon conoscitore del tedesco, a pensare che Evola avesse germanizzato, anziché latinizzato, il proprio nome di battesimo. Anche questo equivoco, dunque, contribuiva ad alimentare la diffidenza nei confronti del pensatore. Con Evola bisognava andarci cauti: “Questa Regia Legazione gradirà comunque essere preventivamente informata di eventuali nuove conferenze del signor Evola in Ungheria”.

Non risulta che Evola abbia tenuto altre conferenze in Ungheria. Però vi fece ritorno qualche anno dopo. Nel 1947 il dottor Torreano delle Edizioni Bocca riceveva una lettera del filosofo, conservata nell’archivio della Fondazione Evola, in cui, oltre ad essere trattate questioni editoriali, erano contenute alcune informazioni circa la situazione personale dello scrivente: “Dopo un lungo tempo – poco felice per me, perché sono tuttora immobilizzato dalle conseguenze di una contusione midollare riportata in un bombardamento aereo – do di nuovo direttamente un segno di vita (…) intendo spostarmi in Austria sperando che gli specialisti ne capiscano di più, circa il mio handicap”. La data e il recapito postale indicati dal mittente erano i seguenti: “Budapest, 15.6.1947 – Vaczi utca, 23”. Nell’edificio corrispondente a tale indirizzo, situato nella strada più elegante della capitale ungherese, non si trovavano alberghi, sicché bisogna presumere, in attesa di ulteriori accertamenti, che nel 1947 lo scrittore italiano fosse ospite di qualche persona di sua conoscenza.

3. In Cecoslovacchia

L’azione politica che Evola svolse a Praga nell’estate del 1938 è concepibile solo se si considera che egli era già stato nella capitale cecoslovacca negli ultimi mesi dell’anno precedente, come risulta da un poscritto all’articolo Panorama della Mostra Antiebraica di Monaco, apparso sulla Vita Italiana del gennaio 1938[14]. “Il materiale che costituisce la base del presente articolo, – vi si legge – insieme ai cataloghi sia dell’esposizione di Monaco, sia dell’esposizione antibolscevica di Berlino, e insieme ad opere scientifiche relative al problema ebraico in nazioni, che non sono la Cecoslovacchia, all’autore del presente articolo sono state sequestrate alla frontiera tedesco-cecoslovacca di Podmokly, al titolo di pubblicazioni proibite nella repubblica cecoslovacca”.

Che Evola abbia fatto ritorno a Praga nell’estate del 1938, lo attestano due articoli da lui pubblicati in quell’anno: il primo, Dopo Monaco, su Lo Stato dell’ottobre 1938, il secondo, Bilancio europeo della crisi cecoslovacca, più circostanziato, su Bibliografia Fascista del dicembre 1938[15]. Evola scrive che “breve tempo prima della fase acuta della crisi”, dunque prima della rivolta scoppiata il 13 settembre nel territorio dei Sudeti, egli frequentava nella capitale cecoslovacca “alte personalità cèche in carica di governo”, tra cui il Ministro degli Esteri. “Kamil Krofta, allora Ministro degli esteri a Praga, in un colloquio che abbiamo avuto con lui, ci aveva detto di non escludere per nulla la idea di una politica complessiva autonoma fra le varie potenze minori centroeuropee e balcaniche, Cecoslovacchia compresa, senza riferimenti unilaterali a Londra e a Parigi, o tali da disturbare la politica internazionale dell’Asse. Ma, a tanto, egli chiedeva che le grandi potenze dessero a Praga una sensazione di sicurezza, le facessero sentire che non vi è ragione, per essa, di stare sul chi vive e di cercare ogni mezzo per garantire la libertà e l’integrità dello Stato boemo. (…) Intanto l’irreparabile è avvenuto”. L’“irreparabile” era stato l’annessione del territorio dei Sudeti al Reich, il 1 ottobre 1938, subito dopo il Patto di Monaco. La Cecoslovacchia, privata dei territori più ricchi di materie prime e di industrie nonché del maggior sistema di fortificazioni centroeuropeo, era stata ridotta a 100.000 chilometri quadrati con dieci milioni di abitanti. Il 21 novembre la nuova costituzione avrebbe sancito la nascita di uno Stato federale articolato in tre regioni ampiamente autonome: Boemia-Moravia, Slovacchia, Rutenia. Il progetto di una analoga autonomia era stato coltivato anche per il Sudetenland, prima che avesse luogo la pura e semplice annessione al Reich. Evola infatti rivela di avere svolto “personalmente (…) una inchiesta (…) a Berlino e a Praga” circa l’ipotesi di una autonomia “sul tipo svizzero” da concedere ai Sudeti all’interno dello Stato cecoslovacco, “ovvero, nel caso estremo, di un plebiscito”. Si può pensare che la soluzione dello statuto autonomo fosse più conforme alle idee politiche di Evola, essendo egli fautore di un sistema articolato di autonomie all’interno dello Stato; Evola tuttavia riconosceva che la Cecoslovacchia non disponeva né di una tradizione plurisecolare come la Svizzera né di un principio universalistico come l’Impero Austro-Ungarico, “per poter garantire la solidità e la stabilità di un sistema comprendente unità e pluralità e per frenare interiormente l’inevitabile tendenza centrifuga dei singoli gruppi etnici”. Fatto sta, comunque, che “di una annessione sic et simpliciter in precedenza non era stato affatto parlato, né fra i Sudeti, né nella Wilhelmstrasse. Sempre si era parlato (…) di una autonomia entro lo Stato ceco”.

Chi scrive aveva ipotizzato[16] che l’“inchiesta” svolta da Evola a Berlino ed a Praga rientrasse in un tentativo progettato negli ambienti del Ministero degli Esteri del Reich e condiviso dai circoli politici frequentati dallo stesso Evola. Ma H.T. Hansen ha osservato che non vi sono né documenti né testimonianze attestanti una collaborazione di Evola con la Wilhelmstrasse[17]; per contro, lo studioso austriaco è propenso a ritenere che l’azione svolta da Evola in Cecoslovacchia abbia ricevuto il sostegno del circolo di Spann e in particolare di Walter Heinrich, la cui opera Hat der Westen eine Idee? era già stata segnalata dallo scrittore italiano[18]. In particolare H.T. Hansen cita i seguenti brani della Weltwoche svizzera dell’11 ottobre 1935 (utilizzati da un rapporto della Gestapo): “La vera direzione del fronte patriottico dei Tedeschi Sudeti è nelle mani della Kameradschaftsbund, un’unione cameratesca formata da giovani politici tedesco-sudeti, il cui punto centrale di riferimento era l’assistente del noto prof. Othmar Spann, il libero docente dott. Heinrich, il cui compito consisteva nella diffusione delle idee di Spann. (..) I giovani uomini della Lega per il Cameratismo aspiravano molto più ad un modello austriaco che non a quello del Reich germanico (..) I giovani tedesco-sudeti di Spann sanno molto bene che con una uniformizzazione hitleriana sarebbero perduti e desiderano quindi sinceramente una realizzazione delle loro idee di Stato organico nell’ambito della Repubblica cecoslovacca”[19]. Da ciò lo studioso austriaco conclude che “gli sforzi di Evola e di Heinrich andavano nella stessa direzione”[20]. In ogni caso, l’episodio di Praga rivela un’ignorata dimensione “diplomatica” delle attività svolte negli anni Trenta dallo scrittore tradizionalista.


[1]   Julius Evola nei documenti segreti dell’Ahnenerbe, a cura di Bruno Zoratto, Fondazione J. Evola, Roma 1997, pp. 43, 59.

[2]   Piero Di Vona, Evola Guénon De Giorgio, Sear, Borzano 1993, p. 45.

[3]   Giorgio Galli, Prefazione a M. Fraquelli, Il filosofo proibito, Terziaria, Milano 1994, pp. xx-xxi.

[4]   Si veda il cap. 10.

[5]   Julius Evola, Esplorazioni e disamine. Gli scritti di “Bibliografia Fascista”, vol. I, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1994, pp. 99-111.

[6]   René Guénon, Lettere a Vasile Lovinescu 1936-1940, Al Khatam al-Dhahabiy, Al-Qahira s.d., p. 78.

[7]   Claudio Mutti, Julius Evola sul fronte dell’Est, All’insegna del Veltro, Parma 1998, p. 24.

[8]   Che si trattasse del 1938 (e non del 1936 o del 1938, come scrive Evola dopo la guerra rievocando l’episodio) risulta inequivocabilmente dalla datazione degli articoli dell’epoca e dall’indicazione di alcune circostanze politiche. Cfr. Ivi, pp. 14-16.

[9]   Il testo integrale della lettera è in Ivi, pp. 18-19.

[10] Julius Evola, Una notte a Bucarest, in Roma, 9 marzo 1951.

[11] Julius Evola, Lettere a Mircea Eliade 1930-1954, a cura di Claudio Mutti, Fondazione J. Evola-Controcorrente, Roma-Napoli 2011, pp. 22-25, 37-39.

[12] Lorenzo Baracchi Tua, La Guardia di Ferro, Goliardia Fascista, Firenze 1938.

[13] Julius Evola, Autodifesa, Fondazione J. Evola, Roma s. d., p. 8; ora in Fascismo e Terzo Reich, con un saggio introduttivo di Giuseppe Parlato, Edizioni Mediterranee, Roma 2001.

[14] Ristampato in Julius Evola, Il “genio d’Israele’, Il Cinabro, Catania 1992, pp. 223-233.

[15] Ristampati rispettivamente in due raccolte di saggi evoliani: Lo Stato (1934-1943), a cura di Gian Franco Lami, Fondazione J. Evola, Roma 1995, pp. 261-265 e Esplorazioni e disamine. Gli scritti di “Bibliografia Fascista”, vol. I, cit., pp. 237-248.

[16] Claudio Mutti, Julius Evola sul fronte dell’Est, cit., p. 10.

[17] H. T. Hansen, Julius Evola et la “Révolution Conservatrice” allemande, Association “Les Deux Etendards”, Montreuil sous-Bois 2002, p. 54.

[18] Julius Evola, L’Occidente ha una sua idea?, in Ricognizioni, Edizioni Mediterranee, Roma 1974, pp. 140-146.

[19] H. T. Hansen, Julius Evola et la “Révolution Conservatrice” allemande, cit., pp. 54-55.

[20] Ibidem.