Lettere a Adriano Tilgher (parte I)

E’ utile riproporre in questa sede, dopo la sua prima apparizione avvenuta sul numero del periodico FuturoPresente dedicato a Julius Evola, circa quindici anni fa, un significativo stralcio della corrispondenza tra il filosofo romano dell’Individuo assoluto e Adriano Tilgher. La presentazione dell’epistolario fu allora affidata a Gian Franco Lami, il quale lo scoprì, nella vastità del lascito che oggi costituisce il “Fondo Tilgher”, presso la Biblioteca Nazionale. Si tratta di lettere importanti, tuttavia ferme agli anni di cui era, all’epoca della pubblicazione, consentito divulgare il contenuto. L’interesse dello studioso sarà sicuramente attirato dalla profondità del rapporto culturale che s’instaurò, negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, tra due dei maggiori esponenti dell’Avanguardia intellettuale novecentesca italiana.

Non è difficile ricostruire, anche alla luce delle confidenze evoliane, quanto sia debitore il “mago dell’idealismo” all’autore del Pragmatismo trascendentale (1915), lettore assai competente di Nietzsche e di Schopenhauer. L’incontro tra i due non è solo rappresentativo di una vicinanza teorica, piuttosto di una comunanza espressiva, nel senso che ebbe modo di maturare attraverso collaborazioni sulle medesime testate quotidiane e periodiche in anni di resistenza al montante regime fascista. Da quello che si deduce alla lettura dello stralcio della corrispondenza qui riprodotta, non si tratta di una relazione del tutto pacifica, anzi la sua inaspettata interruzione indurrebbe a ritenere che sia intervenuto un motivo traumatico nell’abbandono dell’amicizia. Ma di questo si potrà sapere qualcosa di più, con ogni probabilità, grazie alla prossima pubblicazione della restante parte dell’epistolario.

Damiano Gianandrea

Tra i tanti episodi che hanno vitalizzato il pensiero italiano di questo secolo c’è un «incontro» intel­lettuale suscettibile di diverse interpretazioni, a causa delle molteplici connessioni che pure vi at­tengono. Si tratta del lungo periodo di sintonia ideale tra Julius Evola (1898-1974) e Adriano Tilgher (1887-1941).
A tutti è noto il valore filosofico e letterario di questi due interpreti dell’avanguardia culturale del ‘900 europeo. Ma non tutti sanno con quale e quanta «reciprocità» il loro rapporto si è evoluto, nell’arco di quasi tre lustri, dai primi anni ‘20 al finire degli anni ‘30.
Proverò, in questo articolo, a indicare alcuni filoni di ricerca, facendo riferimento allo schema dei loro contatti, almeno di quelli finora noti.

1. L’inizio

Tilgher è in relazione con il gruppo di collaboratori alle iniziative di «Bilychnis» fin dal 1920, dall’anno cioè della edizione del volumetto Il tempo e l’eternità , ov’era pubblicato il testo di una conferenza tenuta dall’autore negli ultimissimi mesi del 1919. Era il momento in cui la rivista (1912-1931), dopo aver dichiarato le proprie simpatie per il «modernismo», allargò i suoi temi in direzione di un certo cristianesimo «socialista», mantenendosi su un piano di moderata pressione «anticlericale». Così facendo, prendeva aperta­mente le distanze dal neonato Partito Popolare Italiano, considerato incapace di produrre un’azione incisiva nel panorama politico del dopoguerra. Accolse invece di buon grado quel fermento rivoluzionario che accompagnava il movimento fascista – dal quale «Bilychnis», per la sua a-confessionalità, si sentirà «tradita» all’indomani della crescente notizia dei Patti Lateranensi (sottoscritti infine nel 1929).
Tilgher non vi scrisse più dal 1924, l’anno di sua maggiore frizione con il fascismo in progressiva scalata al potere. Allora, si era appena conosciuto con Evola, incontrato nel corso di quei dibattiti che ravvivavano i «salotti» della media borghesia (non solo) romana, in cerca di un’identità perduta con il tracollo dei valori ottocenteschi. Correva parimenti la moda degli «spiritualismi», della teosofia di Decio Calvari e dell’ antroposofia di Giovanni Colazza. Motivi «steineriani» e «occultismo» si mescolavano in ricette «sapienziali», producendo, molto spesso, più confusione che altro: una sorta di reazione, generica e scomposta, all’indirizzo di pensiero dominante, a quell’immanentismo-prassismo-attualismo gentiliano, dietro la cui critica dell’ideologia marxista andava spianandosi la strada alla legittimazione del capitalismo italiano. Gentile stava progressivamente acquisendo il ruolo di «coscienza filosofica» di Mussolini, dal quale non si sarebbe più riscattato. Con la conseguenza ulteriore di vedersi indirizzati, dalle più diverse prospettive, gli attacchi rivolti in prima battuta alle espressioni politiche della dittatura.
Tilgher era più anziano di Evola di un buon decennio: era nato a Resina (l’odierna Ercolano) nel 1887. Evola, invece, a Roma, nel 1898.
Pressoché in parallelo con la sua presenza su «Bilychnis» (e sulla rivista collegata «Conscientìa», di Giuseppe Gangale), il filosofo partenopeo aveva già aperto un accesso per sé privilegiato alle edizioni «Atanòr» di Ciro Alvi, in Todi, ove pubblicò i Filosofi antichi (1921). Vicinissimo a Giovanni Bardi, inaugurò in quello stesso momento (con Voci del tempo, 1921) la lunga serie di titoli che, per una vita intera, videro la luce presso la casa editrice «Libreria di Scienze e Lettere», che aveva sede a breve distanza dal Senato, nei paraggi di Sant’lvo alla Sapienza – dove (ancora) si trovava l’Università romana, con la biblioteca «Alessandrina», nella quale Tilgher lavorava.
Era lo stesso anno (1921) in cui, date le dimissioni dal «Tempo», insieme con Ernesto Buonaiuti, egli varcava la soglia del «Mondo», il quotidiano di Giovanni Amendola, dalle cui colonne (fino al 1926) conoscerà fa­ma davvero internazionale.

2. Una «sospetta» sintonia

E’ curioso ora osservare come Julius Evola si sia trovato a ripetere tutte le tappe (appena citate) del percorso tilgheriano, a ridosso di quei passi, e cioè a partire dai primissimi mesi del 1924, cui risale l’avvio della corrispondenza privata tra i due. E’ del resto proprio dal marzo di quell’anno che Evola faceva per­venire i suoi dotti «trafiletti» al «Mondo», ove era stato autorevolmente presentato dall’«egregio» e «stimato» amico.
Entrambi siglarono, nel 1925, dopo un isolato esordio evoliano nel tardo ‘24, pagine significative di «Idealismo Realistico» (la rivista di Vittore Marchi, vicina a Bernardino Varisco e Enrico Castelli), e di «Progresso religioso» (animata da Ernesto Buonaiuti e Romolo Murri).
Il nome di Evola comparve su «Bilychnis» appena dopo l’uscita di Tilgher: l’articolo su «Coué» (1925) era la trascrizione di una conferenza, svoltasi a dicembre del 1924. (L’ultimo daterà 1931, l’anno di chiu­sura della testata).
Ancora nel 1925, e sempre grazie a una presentazione di Tilgher, Evola diede alle stampe per i tipi della «Atanòr», prima i Saggi sull’idealismo magico, poi L’uomo come potenza (dopo qualche tempo, nel 1928, sarà la volta di Imperialismo pagano ).
Nel 1926 fu edito dalla «Libreria di Scienze e Lettere» il volume evoliano L’individuo e il divenire del mondo . E subito si mise in moto intorno alle pubblicazioni quell’assidua pratica recensoria che faceva capo a Nicola Moscardelli, Roberto Assagioli, Francesco Aquilanti, Arnaldo Belluigi, Carlo Curcio, Gino Ferretti, tutti sensibilissimi ed esperti lettori della produzione tilgheriana, tutti variamente allineati sui toni di un acceso antigentilianesimo.
Giusto, allora, tornare a visitare gli scritti nei quali è possibile la verifica di questa «sospetta» sintonia. E dico «sospetta», poiché non mi sembra discutibile la notevole diversità d’ispirazione, nonché d’intenti, dei due personaggi, così lontani, per esempio, nella valutazione del contemporaneo , e più ancora nel formulare ipotesi alternative ai vizi della politica.
Votato alla ricerca di una purità «ideale», liberata dalle scorie della «società opulenta», l’Evola di Rivolta contro il mondo moderno. Tragicamente proteso verso i destini dell’ Homo faber, il Tilgher «vivente senza natura», filosofo del «relativismo» e del «pluralismo» etico.
Pure, nelle Considerazioni critiche sulla filosofia di Adriano Tilgher, che Evola elaborò per la «Lucerna» di Ancona (1928), come nel ricomposto saggio dal titolo La filosofia di Adriano Tiigher, pubblicato su «Idealismo Realistico» (1928), a parte qualche non lieve forzatura concettuale, si leggono soltanto espressioni di apprezzamento. Così, in quel Tilgher e la macchina (1930), che trovò spazio negli angusti limiti editoriali della «Torre» (1930), e in quello stesso Su di una «filosofia delle morali», impudentemente collocato sulla rivista di Carlo Costamagna, «Lo Stato» (1937), sulla quale Evola svolgeva tratta­zioni di ben altro genere.
Vero è che, con il 1937, il rapporto di «don Adriano» e del «barone Evola» si esaurisce. Ma si esaurisce con un ultimo atto di grandissimo significato, che ci rivela, da un lato, le ragioni dell’attenzione tilgheriana per il filosofo delle «rappresentazioni magicamente agitabili» (il corsivo è mio), dall’altro, c’induce a individuare gl’irriducibili motivi di dissidio.
Aveva forse l’autore di quella Antologia dei filosofi italiani del dopoguerra, uscito per i tipi di Ugo Guandalini. messo a punto l’ennesima «tilgherizzazione», ai danni dell’ Idealismo magico evoliano? O il fraintendimento aveva origini più lontane? ed era allora solo esasperato dalla sequela concitata degli av­venimenti esterni?
Certo è che tutti – dico tutti – gli altri pensatori presenti nell’ Antologia di Tilgher non mancarono di manifestare all’autore i sensi del loro compiacimento: da Piero Martinetti (che con particolare cura si occuperà, di lì a poco, del Leopardi tilgheriano), a Ernesto Buonaiuti (che riconoscerà in Tilgher il suo unico, autentico interprete-successore); da Giuseppe Rensi (del quale Tilgher fu, sebbene nell’estremo scorcio della sua stessa vita, esecutore di una sorta di «mandato testamentario spirituale»), ad Antonio Aliotta ed Emilia Nobile (che mai dimenticarono di «onorare» i testi tilgheriani, non appena si presentava loro l’occasione).
E allora, perché il «divorzio», proprio con Evola?

3. La sacralità del secolo

C’è una terna di lettere, che il «mago dell’idealismo» spedì a Tilgher sul finire del 1934, dalla sua provvisoria residenza di «Villa Vuotto», a Capri. Sono le ultime di un carteggio più che decennale, tuttavia iniziato con discrezione e con cautela formale, infine pressoché dimenticate. Di quelle lettere purtroppo il segreto settantennale della Fondazione (A. Tilgher), cui sono affidate, non permetterà di conoscere il tenore per altri dieci anni. Ma già l’una, datata 24 ottobre (1934) e fortunosamente pubblicata insieme con talaltre (precedenti) a corredo di questo breve saggio, ci può far bene intendere quale sia l’atteggiamento (per dir la verità, alquanto disinvolto) tenuto dall’Evola ormai trentaseienne, nei confronti del più attempato collega d’imprese.
Sull’intero epistolario – come dicevo, qui solo parzialmente riprodotto – sarebbe opportuno uno studio assai più approfondito di quanto sia reso possibile dagli spazi e dalle intenzioni del nostro lavoro. Ed è anche in questa direzione che ritengo ci si debbano attendere delle risposte non ancora date, sia su tasselli concludenti di una biografia evoliana, sia a definitiva chiarificazione di taluni aspetti della sua teoria.
Prendiamo per esempio in considerazione il contenuto centrale della lettera n° 6 , sicuramente una delle più importanti di questa raccolta. Direi che in pochi altri passaggi nodali del suo discorso, come in questo, Evola sia prodigo di spiegazioni sulla propria intenzione filosofica, e su circostanze di estremo peso per una sua valutazione complessiva. L’ Idealismo magico evoliano denuncerebbe con ciò una componente sicuramente «prassista», per non dire «rivoluzionaria», certo prevalente su qualsiasi implicazione tradizionale in senso «reazionario» o «conservatore» («….nei miei libri è detto chiaramente che il perfetto, a cui si sarebbe venuti meno, non sta dietro, ma avanti, e che il dato originario è la spontaneità, da ‘moralizzare’ trasformandola in volontà…» ). Si tratta di prendere atto, una volta per tutte, che l’individuo assoluto non subisce mai per Evola alcun trauma da «caduta divina», non vedrà mai alla sua origine una natura di «peccatore». Vero è piuttosto il contrario ( «…l’uomo non è venuto meno alla divinità, ma all’atto con cui ha ucciso la divinità, costituendosi appunto ad individuo…» ); con un palese richiamo alla sacralità del secolo, che non lascia scampo a qualunque tipo di religiosità ultramondana, né permetterà di confondere nel suo svolgimento termini come «mistica» e «magia».
Se ciò significa la più decisa inconciliabilità con il credo cattolico e cristiano, non sta né a me, né in questo momento dirlo. Ma certo, affermazioni come questa, indirizzata senza filtri, o schermature concettuali intermedie, a persona da cui unico fine era farsi intendere (e bene!), non mi pare lascino adito a dubbi di nessun genere.


4. L’epilogo

E’ evidente che la corrispondenza Evola/Tilgher non attesta soltanto i momenti di assenza dell’uno o dell’altro da Roma. Quando erano entrambi in città, usavano più spesso vedersi, frequentare comuni amicizie, sentirsi telefonicamente. Si trattava insomma di un colloquio prolungato, complesso e articolato.
Sta di fatto che, dopo il 1934, l’epistolario si estingue. Non così il «contatto», che continua almeno fino ai 1937, anno di uscita del testo tilgheriano per Guanda. Quindi, il silenzio più assoluto.
Nemmeno mi risulta che, al di là di quel breve stralcio antologico, Tilgher abbia mai più scritto su o per Evola, in diversa occasione.
Nulla si fece infatti di quell’ introduzione al volume della «Atanòr» (lettere n° 2 e n° 3); nulla si fece di quell’articolo tilgheriano, che i due si «palleggiano» per qualche tempo tra «tocchi» e «ritocchi», sul finire degli anni ‘20 (lettera n° 6): nulla si fece di quella riduzione del libro di «estetica» di Tilgher (1931 ) in un saggio corrente – per non so quale pubblicazione (lettera n° 7). [A meno di non vedere, nel primo, un articolo in attesa di venir presentato al Mondo di Amendola (1925-26?), o l’articolo già uscito per Ignis di Reghini, con titolo di “Dioniso”, e in via di ripubblicazione su 900 di Malaparte e Bontempelli, col titolo di “Par delà Nietzsche”; nella seconda, un annuncio disatteso, poi ripiegato nel saggio (su una “filosofia delle morali”), comparso su Lo Stato nel 1937.]
Tutto lascerebbe intendere che Evola abbia voluto condurre – in maniera alquanto personale, forse anche per la giovane età – un rapporto se non proprio a senso unico, certo con motivazioni esuberanti su quelle del più scaltro e attento interlocutore. Non che, nel corso dell’«incontro», egli abbia mancato gli obiettivi tatticamente prescelti (comparire tra le firme prestigiose del «Mondo»; pubblicare gli scritti filosofici, a cominciare dai Saggi sull’idealismo magico: farsi spazio in alcune testate periodiche, come «Bilychnis», «Idealismo Realistico», «Atanor» e così via). Direi però che tutto questo sia servito, per certi versi, più alla «strategia» tilgheriana, che ad altro. Come se, alla fine dei conti. Evola avesse dato in quantità maggiore alle finalità per le quali Tilgher si era impegnato e combatteva, che viceversa.
Di sicuro, potrebbero fornire ulteriori lumi alle nostre considerazioni conclusive le lettere spedite da Tilgher: le risposte – che naturalmente ci saranno state – (anche) ai sette messaggi pubblicati in queste stesse pagine. Ma tutti sanno che Evola non usava conservare la corrispondenza in arrivo. Da questa direzione, dubito pertanto che ci si possa aspettare qualcosa di costruttivo.
A ogni buon conto, ritengo che non si debba eludere il fattore dell’ intesa. Credo che i dati in nostro possesso si volgono uniformemente in questa prospettiva: l’intesa ci fu! – poco importa se venisse pilotata, e da chi. E tra i contenuti di tale intesa, spiccano i temi anti-hegeliani, anti-gentiliani, anti-moderni (in questo senso Tilgher è stato maestro abilissimo, tanto da trarre in inganno molti dei suoi avversari e dei suoi stessi interpreti), anti-dogmatici e anti-positivisti.
L’epistolario ci offre testimonianza di come un’operazione culturale di tanto respiro procedeva, in anni difficili, talvolta impossibili (Tilgher venne assalito e picchiato da alcuni facinorosi solo perché espresse il suo dissenso all’indomani dell’adesione di Pirandello al fascismo). Seguiranno la «persecuzione gentiliana» e le connesse dimissioni dalla biblioteca «Vittorio Emanuele», il sequestro di «Idealismo Realistico», la morte di Giovanni Amendola, poi l’incendio e la chiusura del «Mondo», i pedinamenti e tutto quello che si collegò all’avventura-sventura di una mente ‘libera’ nel periodo del Regime).


5. Conclusioni

Per Evola, l’esperienza fu decisamente diversa. In un certo senso, egli è stato «protagonista», anche se fortemente criticato, di talune componenti ideologiche del tempo.
Sappiamo della sua vicinanza a Preziosi (« La Vita Italiana »), a Bottai («Critica Fascista»), all’Istituto Nazionale di Cultura Fascista; conosciamo le sue collaborazioni più importanti, oltre «Bilychnis», «Progresso religioso» e «Idealismo Realistico», quelle su «Vita Nova» (1929-1933), su «Bibliografia Fascista» (1928-1940), e poi sulla «Rassegna Italiana» di Sillani, sulla «Difesa della Razza» di Interlandi, su «Regime Fascista», su «Cultura Fascista», su «Civiltà Fascista»…
Senza dubbio è indicativo il rapporto con Carlo Costamagna: fedele all’indirizzo giuridico-politico della rivista «Lo Stato» (1930-1943), Evola vi svolse un ruolo di rilievo, nel corso di una permanenza decennale.
In definitiva, mi sembra che, a far data dalla seconda metà degli anni ‘30, le scelte politiche evoliane non solo risultino assolutamente prese, ma in maniera certo non più affine alla costruzione teorica tilgheriana. Specie in concomitanza con gli eventi dell’Anschluss , con il progressivo «avvicinamento» delle sorti dell’Italia a quelle della Germania, mentre Evola andava prodigandosi in un’elaborazione delle tesi di un’autorità «imperiale», nella cui sostanza tentò ripetutamente di ridurre le linee essenziali della dottrina mussoliniana, Tilgher si ritirava negli spazi «autonomi» di una scienza delle morali, scoprendo il suo personale giudizio sempre più lontano dai territori della battaglia contingente, sebbene palpitante e vivo, come non mai. (Penso in particolare alle pagine di quel Diario politico, che negli ultimi anni di vita egli avrebbe tenuto con assiduità quasi quotidiana, e che poi verranno raccolte dalla cura di Liliana Scalero, in un’edizione postuma).
E mi sembra che, in parallelo con il percorso di queste decisioni «etico-politiche», andasse maturando nei due pensatori un più complesso ordine di valutazioni generali, cosicché l’uno si trovò di forza allontanato dalle finalità dell’altro. Evola, in qualche modo, ricondotto nel territorio gentiliano, di un idealismo «prassista», anche se affidato alle tentazioni «irrazionali» dell’individuo, proiettato verso la realtà di un mitico passato. Tilgher, emblematicamente sospinto al salvataggio di un crocianesimo (laico), rimasto vittima dell’insidia storicista, incapace di comprendere nelle sue categorìe trascendentali un «presente» ancora caldo di passioni e tutto avvolto da motivazioni di gente comune.
Le loro strade finiscono con il diversificarsi, nei termini d’inconciliabilità toccati, per esempio, durante il più completo coinvolgimento evoliano negli argomenti del razzismo, o durante gli ultimi interventi tilgheriani sulla «Sera» di Milano, sul quindicinale «Minerva» di Torino, ove il discorso metteva allo scoperto alcuni spunti originalissimi in tema di magia, di religione, di tecnica «scientifica».
Ed ecco enunciate ulteriori vie d’indagine. Ecco lanciato un altro invito ad approfondire, a riscontrare, a confrontare, con nuovi dati alla mano. Un appuntamento che ci ritroverà, mi auguro, più accurati lettori di un estremo stralcio epistolare, documento d’intesa tra due «culture»: da qui a una decina d’anni, per allargare ancora il nostro orizzonte interpretativo su due simboli tanto rappresentativi del pensiero con­temporaneo.

Gian Franco Lami

Lettera n. 1 (senza data)

Egregio amico,
Le invio un invito per quella conferenza che Le accennai: creda pure che sarò estremamente lieto se mi farà l’onore di intervenire. In questa conferenza espongo i punti principali della teoria che affermo personalmente: la ragione dell’idealismo, il punto e la quantità del suo trapasso, il luogo dell’esigenza di Michelstaedter, il concetto dell’idealismo magico e la connessione a questo di alcune vedute dell’occultismo. In complesso, credo che la cosa possa interessarLa, e terrei molto ad avere da Lei un giudizio, in quanto come sa, Lei è una delle pochissime personalità dell’Italia contemporanea che io stimo.
Se vorrà, Le farò conoscere i dirigenti del movimento teosofico, onde vedere se ne può cavare qualcosa.
Pur nella piena consapevolezza del’indiscrezione, La volevo pregare, dato che ciò non la disturbasse troppo, di raccomandare al «Mondo» per la pubblicazione il trafiletto che Le accludo.
Con saluti cordialissimi e nella speranza di vederLa dunque presto, suo
Julius Evola

La conferenza la comincio alle 7: sull’invito è segnato 6 ¾ per questo, che nelle mie conferenze intervenendo in massima parte molta gente, voglio assicurare agli amici un posto.

Lettera n. 2

20.III.1924

Egregio amico,
ecco un altro articolo pel «Mondo»! Una volta consegnato, vedrò io di importunare presso la redazione, dove il sig. Marini mi ha promesso una pubblicazione non troppo ritardata, a fine di non far perdere ai lettori la continuità della serie, che si chiuderà con altri due scritti (il prossimo contro Gentile). Come avrà visto, il precedente articolo su Keyserling è riuscito piuttosto male, e ciò essenzialmente per non aver potuto rivedere le bozze, ove, come si disse, mi proponevo di fare delle modificazioni, – oltre che ovviare i vari errori di stampa che si sono insinuati.
Deploro, carissimo amico, che Lei mi abbia tradito, e però si sia dimenticato del mio invito! Tuttavia non vorrei subordinare ad un mio piacere un Suo disturbo, e se Lei ha molto da fare, come suppongo, ritenga la cosa come non detta o rimandata. Tuttavia spero assai di incontrarLa, per poter parlare di diverse cose.
Insieme a vivi ringraziamenti per quanto ha fatto per me e scuse, voglia gradire la riconferma della mia più profonda stima e simpatia.
Suo

J. Evola

Farebbe, nel caso, una prefazione ad un volume in cui, così come secondo il Suo consiglio riunirei vari miei saggi – che avrebbe per titolo «Saggi sull’idealismo magico» e che ora sto vedendo di far accettare da qualche editore?

Lettera n.3

24-4-1924

Carissimo Tilgher,
ho parlato oggi a Ciro Alvi per la pubblicazione dei miei «Saggi sull’idealismo magico» a cui Lei, così come ha gentilmente acconsentito, farebbe una prefazione o introduzione. L’Alvi, pur mostrando interesse per la proposta, ha chiesto qualche giorno per decidere e ha lasciato capre che non sarebbe indifferente a qualche raccomandazione di amici. Credo che se Lei – che lo conosce – volesse inviargli due righe, accentuando particolarmente la possibilità di un largo interesse nel pubblico e l’essere in un certo modo io conosciuto per conferenze, articoli, ecc. – la cosa sarebbe fatta – e ancora una volta Le andrei debitore di riconoscenza. Nel caso che volesse interessarsi alla cosa, occorrerebbe però scrivere subito ad Alvi, poiché sabato corr. egli verrà a una decisione.
Se ormai non stesse più alla V.E., così che non saprei più dove trovarLa, e se ciò non Le dispiacesse troppo, mi scriva un giorno, appena ha un po’ di tempo, per trovarci un po’ insieme, magari dopo cena.
Perdoni la mia indiscrezione.
Con mille saluti, suo

J.Evola

Grazie anche per l’informazione della nota sulla mia conferenza: questa sarà pubblicata, e a suo tempo sarà mio piacere rimetterGliene una copia

Lettera n.4 (senza data)

Carissimo Tilgher,
sarà possibile far pubblicare sul Mondo questa recensioncina? Alvi ha accettatola pubblicazione: La ringrazio molto perché indubbiamente il Suo interessamento è valso in gran parte a decidere la cosa.
Con mille saluti, suo

J.Evola

Nel caso che la pubblicazione non fosse possibile terrei che il manoscritto, di cui non ho altra copia, non andasse perduto.

Lettera n.5 (senza data)

Caro Tilgher,
così fuor dal mondo, come vivo, solamente ieri ho saputo del disgustoso incidente occorsoLe. – Voglia, in questa occasione, credere alla sincera mia solidarietà e al disgusto profondo che suscita in me questo pugno di mascalzoni e di cialtroni. Sinceramente, mi è assai dispiaciuto di non trovarmi presente al fatto, onde a pugni e pedate – ché questi sono ancora i loro migliori argomenti – aiutarLa a dar loro ciò che si meritano.
In ogni caso, ricordi: per qualunque cosa io possa servirLe e così testimoniare la devozione che ho per Lei, io sono interamente a Sua disposizione

suo

J.Evola

Consideri associati a questa protesta gli amici teosofi.

Lettera n.6 (senza data)

Caro Tilgher,
Le restituisco l’articolo, ove ho segnato i punti che ho stralciati e che sarebbe dunque bene mantenere della pubblicazione, che mi permetterei di sollecitare per la soddisfazione di un vivo desiderio già nutrito fin da quando uscì «l’Idealismo magico».
L’unico punto, nella complessiva precisione, sintesi e lucidità così speciale nei Suoi scritti, che non riterrei completamente esatto, come già Le accennai, è dove crede di vedere una specie di platonismo a lato della tendenza nietzschiana. Credo che ciò dipenda più che altro dall’aver preso in particolare considerazione quel saggio su Dioniso, il quale ha un valore più d’intuizione e di drammaticità, che non di dottrina; in quantoché nei miei libri è detto chiaramente che il perfetto, a cui si sarebbe venuti meno, non sta dietro, ma avanti, e che il dato originario è la spontaneità, da «moralizzare» trasformandola in volontà, in modo che da un mondo di rappresentazioni necessarie si passi ad un mondo di rappresentazioni magicamente agitabili.
Del resto, si deve notare che nello stesso saggio su Dioniso, non si parla di una divinità e di una sufficienza iniziale da cui si sia decaduti: l’uomo non è venuto meno alla divinità, ma all’atto con cui ha ucciso la divinità , costituendosi appunto ad individuo, a signore del Sì e del No in opposto alla legge di identità (=spontaneità) che legava il Dio primitivo. La paura, da cui sorge il mondo oggettivo, è essenzialmente per quest’atto: è il non saper volere a fondo l’atto con cui è stato superato il regno di Dio. Ma, lungi che il ritorno, tutto lo spirito della mia dottrina dice di non venir meno a questo atto, anzi di portarlo a fondo, poiché solo allora l’individuo, quale mago, potrà rientrare in possesso di quei poteri, che nella sua esperienza si scaricarono in forma di esistenze oggettive spazio-temporali. Se vede l’articolo sulla visione magica della vita in «Ur» n°10 troverà espressa nella maniera più inequivocabile questa posizione, e così posto il carattere specifico e antitetico di ciò che è magia rispetto a ciò che è mistica.
L’essenziale di questa teoria per me è il lato «positivo» solo in via provvisoria, come un tema che però deve risuonare in un campo sovrasensibile ed esprimersi nei poteri e nella sensazione magica della stessa natura.
Se crede, tenga dunque conto di questi elementi e, di nuovo, veda di far sì che l’articolo esca non troppo tardi, al più fra un mese il mio libro dovendo uscire.
Con mille ringraziamenti e cordiali saluti, suo

J.Evola

Lettera n.7

24 ottobre 1934

Caro Tilgher,
veramente temo di cominciare ad abusare troppo della Sua cortese Dienstfertigkeit.
Ad ogni modo, ecco qui un articolo che segue più o meno il Suo consiglio: occasione del nuovo anno fascista, fascismo come ripresa di Roma, ecc.
Veda se lo ingoiano appunto per il periodo intorno al 28 ottobre.
Se no, li mandi al diavolo, ed io stesso vedrò che vi è da fare al mio – non prossimo – ritorno.
Ad uno spirito ardentemente religioso come Lei non ho bisogno di raccomandare di non perdere la fede e il fiducioso darsi al « credo quia absurdum »: che qui riguarderebbe la carismatica transustanziazione del Suo libro di estetica in un corrispondente articolo.
I disegni della Provvidenza sono imperscrutabili.
Affettuosamente mi creda suo

J. Evola

Lettere a Adriano Tilgher (parte II)