Oltre i fraintendimenti: Evola e la questione femminile
L’accusa di misoginia che grava sull’opera di Julius Evola deriva, nella maggior parte dei casi, da una lettura superficiale e ideologicamente orientata del suo pensiero. Chi si limita a estrarre citazioni decontestualizzate da Metafisica del Sesso o Rivolta contro il mondo moderno, senza cogliere l’impianto metafisico complessivo dell’autore, finisce inevitabilmente per fraintendere la natura della sua critica.
La posizione evoliana non è affatto una condanna della donna in quanto tale, ma l’analisi lucida di una doppia degradazione che ha colpito entrambi i sessi nella modernità: la mascolinizzazione della donna e la femminilizzazione dell’uomo. Questi due processi speculari rappresentano, per Evola, i sintomi visibili di un’unica crisi spirituale, che consiste nella perdita della polarità sacra che nelle civiltà tradizionali informava le relazioni tra maschile e femminile.
Dietro la critica della condizione moderna, emerge in Evola una visione del femminino sacro di straordinaria profondità, radicata nelle tradizioni iniziatiche tanto orientali quanto occidentali. Lungi dal negare la dignità metafisica del femminino, Evola ne riconosce la potenza e la necessità come complemento indispensabile del maschile nel percorso di realizzazione spirituale.
La Metafisica del Sesso: polarità cosmologica
L’opera fondamentale per comprendere il pensiero evoliano sul femminino è Metafisica del Sesso (1958), dove Evola sviluppa una visione del sesso come fatto metafisico, non meramente biologico o psicologico. La distinzione tra maschio e femmina non è riducibile a differenze anatomiche o ruoli sociali, ma affonda le radici in una polarità cosmologica primordiale che precede e fonda ogni manifestazione fenomenica.
Questa polarità si esprime attraverso simboli universalmente presenti nelle tradizioni sacre: Sole e Luna, Cielo e Terra, Zolfo e Mercurio (nell’alchimia), Purusha e Prakriti (nel Samkhya induista), Yang e Yin (nel taoismo). In tutti questi sistemi, il principio maschile rappresenta l’aspetto attivo, formale, luminoso, mentre il principio femminile incarna l’aspetto ricettivo, sostanziale, plastico.
Questa distinzione non implica alcuna gerarchia di valore. Come scrive Evola, il maschile senza il femminino è sterile astrazione, pura forma priva di sostanza; il femminino senza il maschile è caos indifferenziato, potenza senza direzione. È solo nell’unione sacra (ierogamia) che si realizza la pienezza dell’essere, la quale deriva da una trasformazione reciproca che tende alla ricostituzione dell’unità primordiale dell’androgino.
Shakti: il femminino come potenza
Particolarmente significativa è l’attenzione al concetto tantrico di Shakti, la potenza divina concepita come femminile. Nell’opera Lo Yoga della Potenza (1949), dedicata al tantrismo, Evola mostra come in questa tradizione il femminino non sia affatto passivo o subordinato, ma rappresenti la forza cosmica primordiale senza la quale nessuna realizzazione è possibile.
Shakti è la Kundalini, l’energia serpentina addormentata alla base della colonna vertebrale, che l’asceta deve risvegliare e far ascendere attraverso i chakra fino all’unione suprema con Shiva, il principio maschile, nel sahasrara, il loto dai mille petali posto alla sommità del capo. Ci troviamo di fronte a una vera e propria tecnica operativa di trasformazione interiore, dove il femminino gioca un ruolo assolutamente centrale.

Il tantrismo conosce anche la via della mano sinistra (vama-marga), in cui l’unione sessuale con una donna reale, opportunamente preparata e consacrata, diventa strumento di realizzazione spirituale. In questa pratica, la donna assume il ruolo di incarnazione vivente di Shakti, costituendo quel tramite attraverso cui l’adepto accede a dimensioni superiori dell’essere. Evola analizza queste tecniche con rigore filologico, mostrandone la presenza anche in correnti occidentali come l’alchimia – l’unione dello zolfo (maschile) e del mercurio (femminile) – e certi aspetti della tradizione ermetica.
In queste pratiche l’energia erotica non viene dispersa ma trasmutata. L’estasi sessuale diventa veicolo per uno stato di coscienza superiore, una morte dell’io ordinario che permette l’accesso a dimensioni altre dell’essere. La sensualità si trasforma così in armatura spirituale. L’energia che nel rapporto profano si disperde nella gratificazione effimera viene qui canalizzata e convertita in potenza guerriera, in capacità di resistenza alle forze dissolventi della modernità.
Nell’opera di Julius Evola emergono diverse figure attraverso cui il femminino sacro si manifesta, ciascuna corrispondente a un aspetto particolare della sua natura metafisica.
La Donna-Sophia: sapienza incarnata
Un primo aspetto è quello della donna come incarnazione della Sophia, la sapienza divina. Questa figura appare in molteplici tradizioni: è la Chokmah della Cabala, la Sapientia dei neoplatonici, la Gnosis degli gnostici. Si tratta di una conoscenza vivente, intuitiva, che si trasmette per via diretta piuttosto che discorsiva.
Nella letteratura europea, questa figura trova espressione paradigmatica nella bella Lilia della fiaba goethiana Il serpente verde, a cui Evola dedica attenzione nella Tradizione ermetica. Lilia possiede una proprietà paradossale: il suo tocco vivifica lo spirito puro ma uccide ogni forma grezza e imperfetta; costituisce dunque la rappresentazione allegorica di quella saggezza terribile che esige dall’uomo una completa trasformazione prima di concedersi. Il principe deve morire e rinascere per potersi unire a lei: è il processo alchemico della solve et coagula, dissoluzione e coagulazione della coscienza a un livello superiore.
La Donna-iniziatrice: guardiana dei Misteri
Un secondo aspetto fondamentale è quello della donna come iniziatrice. Evola riconosce la presenza di questa figura in numerose tradizioni misteriche: nei misteri eleusini, dove le sacerdotesse rivestivano ruoli centrali; nei culti dionisiaci, dove le menadi incarnavano la furia estatica del dio; nelle correnti gnostiche, dove figure come Maria Maddalena erano depositarie di insegnamenti segreti negati agli altri apostoli.
Particolarmente significativo è il ruolo della donna nei Fedeli d’Amore, quella corrente esoterica medievale che vide tra i suoi principali esponenti lo stesso Dante Alighieri. La donna angelicata di Dante assolve a una funzione psicopompa: Beatrice dagli occhi smeraldini è colei che guida il poeta attraverso i cieli e prepara il suo sguardo perché possa sostenere la visione dell’Empireo.
Nel Mistero del Graal (1937), Evola mostra come molte leggende arturiane presentino figure femminili che svolgono funzioni iniziatiche: la Dama del Lago, che dona la spada ad Artù; le misteriose fanciulle, che appaiono ai cavalieri indicando la via; la custode stessa del Graal, secondo alcune versioni del mito.
La Dèa-Madre: potenza tellurica
Un terzo aspetto è quello della “Grande Madre cosmica”, nota anche come la “Madre della Vita”: si tratta del femminino nella sua dimensione tellurica e ctonia. Evola dedica ampio spazio, in Rivolta contro il mondo moderno, all’analisi delle civiltà ginecocratiche e dei culti della Madre Terra, basandosi largamente sull’opera di Johann Jakob Bachofen, Le Madri e la virilità olimpica (Das Mutterrecht, 1861), che lui stesso propose per la prima volta ai lettori italiani.
Le grandi dèe madri del mondo antico – Iside egizia, Demetra greca, Cibele frigia, Ishtar babilonese – incarnano questo principio e la tradizione ermetica associa a queste divinità il simbolo dell’Albero. Ci troviamo di fronte a vere e proprie potenze legate alla fertilità, alla generazione e ai cicli naturali di morte e rinascita. Il loro culto è del resto caratterizzato da riti orgiastici, sacrifici cruenti, estasi collettive: tutte manifestazioni della potenza ctonia che sfugge al controllo della razionalità apollinea.
Evola riconosce la legittimità di questa dimensione, ma la colloca in una fase pre-olimpica della storia spirituale dell’umanità. Le civiltà matriarcali rappresenterebbero uno stadio in cui l’umanità era ancora completamente immersa nella natura, legata ai ritmi tellurici, priva di quella trascendenza che caratterizzerà le civiltà solari e olimpiche.
La Donna solare: oltre il matriarcato
Ma Evola non si limita a questa visione e, accanto al femminino tellurico, riconosce l’esistenza di un femminino olimpico o solare, che ha superato la dimensione meramente naturale per partecipare della trascendenza spirituale. È la donna delle aristocrazie tradizionali, colei che partecipa della natura superiore e “uranica” dell’uomo perché ha trasmutato la propria passività materiale in ricettività spirituale attraverso l’iniziazione o l’assoluta dedizione (il tipo della “Madre demetrica” e quello della “Amante afroditica” trasfigurata).
Come la Luna non produce luce propria ma riflette quella del Sole, così la donna olimpica non genera da sé il principio spirituale ma lo riceve dall’uomo e lo “lunifica”, lo traduce in forme accessibili, lo incarna nella concretezza dell’esistenza.
Questo non implica inferiorità ontologica, ma riconoscimento di una polarità complementare. L’uomo è portatore del principio formale, la donna ne è mediatrice verso il mondo della sostanza. Senza questa mediazione, lo spirito maschile resterebbe sterile astrazione; senza la direzione maschile, la potenza femminile si disperderebbe in caos indifferenziato. Sotto quest’ottica è possibile inquadrare anche la figura di Atena, la dèa vergine che rappresenta un “amazzonismo guerriero” specialmente trasfigurato sotto il segno solare paterno.
La critica della modernità: doppia degradazione
È alla luce di questa visione metafisica che va compresa la critica evoliana della modernità. Ciò che Evola denuncia non è l’emancipazione femminile in quanto tale, ma la sua forma degradata: la donna moderna che, invece di realizzare la propria natura specifica, si riduce a cattiva copia dell’uomo.
Il femminismo moderno, secondo Evola, non libera la donna ma la imprigiona in una logica che le è estranea, costringendola a competere sul piano maschile – carriera, successo materiale, affermazione egoica – e privandola perciò delle sue qualità specifiche e superiori: l’intuizione diretta, la capacità di creare connessioni vitali, la funzione mediatrice tra spirito e materia.
La donna moderna che si mascolinizza perde il contatto con la propria natura profonda senza acquisire autentiche qualità maschili. Il risultato è un ibrido sterile: né vera donna né vero uomo, ma una caricatura che ha abbandonato la propria sede senza poterne conquistare un’altra.

Speculare è la critica dell’uomo moderno, che Evola identifica nella figura del Don Giovanni: il collezionista di conquiste femminili, incapace di vera virilità. Il dongiovannismo non è segno di forza ma di debolezza: rivela un uomo dominato dall’istinto, incapace di subordinare l’eros a fini spirituali superiori.
La vera virilità (dal latino vir, l’uomo completo, distinto dal semplice homo) esige che l’uomo sappia trasmutare l’energia erotica, usandola come veicolo di ascesa piuttosto che di caduta. Il vir non deve negare l’eros bensì sublimarlo in senso propriamente alchemico: trasformare il piombo in oro, la passione cieca in potenza consapevole.
La perdita della polarità sacra
Ciò che è andato perduto nella modernità è proprio la polarità sacra tra i sessi. L’uomo e la donna moderni non sono più poli complementari di una stessa realtà metafisica, ma individui atomizzati in competizione o, nel migliore dei casi, in un rapporto contrattuale fondato su reciproca convenienza.
Il matrimonio, che nelle civiltà tradizionali era sacramento (nel senso etimologico di sacrare, “rendere sacro”), vincolo indissolubile orientato alla trasformazione reciproca, è degradato a contratto rescindibile, basato su sentimenti mutevoli o convenienze economiche. In quest’ottica va interpretata la distinzione tra matrimonio civile di massa e matrimonio religioso aristocratico che Evola pose in un articolo uscito sul Conciliatore, con il quale rimproverava agli antidivorzisti di voler tenere in vita una “artificiale costrizione”. Solo la seconda unione è da ritenere “indissolubile”, perché si tratta proprio dell’unione sacra che spinge i coniugi alla riunificazione dell’androgino primordiale, quella ierogamia che Goethe definì nelle Affinità elettive come «il principio e vertice di ogni cultura». Nulla di più lontano dal matrimonio borghese moderno, ridotto a coabitazione conveniente o, peggio, a prigione sentimentale.
Eughenia Lenbach e il femminino sacro nella narrativa di Pietrangelo Buttafuoco
Se il femminino sacro nella speculazione evoliana rimane ancorato alla dimensione metafisica e iniziatica, la narrativa di Pietrangelo Buttafuoco offre un modo singolare di incarnare quelle stesse potenze in figure letterarie di straordinaria intensità. Il romanzo Le uova del drago (pubblicato da Mondadori e riedito da La Nave di Teseo) è il luogo in cui la teoresi evoliana si trasforma in carne narrativa, sostanziando una presenza femminile vivente che irrompe, brucia e incide.
Al centro del romanzo campeggia Eughenia Lenbach (alias Delphine Cannavò, alias agente Ghez), la spia nazionalsocialista incaricata dal Führer di contrastare lo sbarco angloamericano in Sicilia. L’essere un soldato non cancella la femminilità di Eughenia: al contrario, la potenzia sino alla dimensione mitica. In lei Buttafuoco fonde le opposte polarità che Evola teorizza come strutturalmente inconciliabili nella modernità degradata: la virtus guerriera e la sensualità ctonia, la fredda decisione e la crudeltà generosa.
Metamorfica, oscura, capace di impartire ordini completamente nuda senza che ciò denoti debolezza, ma al contrario sovrana padronanza di sé, Eughenia è precisamente quella figura che Evola descrive come incarnazione vivente di Shakti: la potenza femminile cosmica che non si sottomette né si dissolve, ma che esercita il proprio dominio attraverso la pienezza della propria natura. Non è la donna mascolinizzata che Evola condanna – che rinnega il proprio femminino per imitare goffamente il principio maschile – ma quella che porta la propria potenza specifica alle estreme conseguenze, diventando essa stessa principio attivo, forza che orienta e travolge.
Daniela Sessa, commentando il romanzo, ha osservato come Eughenia faccia pensare al faustiano Goethe e al suo «Das Ewig-Weibliche / Zieht uns hinan» («L’Eterno Femminino ci trae verso l’alto”». Si tratta della stessa citazione goethiana che Evola pone al centro della propria visione del femminino come forza ascensionale. Buttafuoco, attraverso la figura di Eughenia, dà corpo narrativo a quella stessa intuizione metafisica.
Il gineceo di Buttafuoco: un bestiario del femminino sacro
Eughenia non è un caso isolato nell’universo narrativo di Buttafuoco: è piuttosto il prototipo da cui discendono tutte le sue figure femminili. Attorno a lei gravitano Zinaida, Margherita, la Luna e Carin: un gineceo che costituisce, nell’opera dello scrittore siciliano, una vera e propria galleria delle manifestazioni del femminino sacro.
Margherita Sarfatti, la vera moglie intellettuale del Duce, incarna la figura della Donna-Sophia: non semplice amante ma mediatrice di destino, colei che porta l’uomo verso i propri trionfi e ne condivide tragicamente la caduta. Zinaida Jusupova, la principessa tartara che accoglie le lacrime dello zar Nicola II, è invece la Donna-iniziatrice: non amante ma guida psicopompa che accompagna l’uomo nel suo viaggio verso il destino, nell’abisso del nulla e dell’abbandono.
Nella figura di Selene Hozes, la Luna che fa bruciare di febbre Scipione Cicalazadè, Buttafuoco mette in scena la polarità cosmica Oriente-Occidente, Islam-Cristianesimo, attraverso la mediazione del femminino lunare: proprio quella Luna che Evola descrive come simbolo universale del principio femminile nella sua funzione di ricettività e trasformazione. Carin von Fock, moglie-dèa di Hermann Göring, richiama invece la dimensione della donna olimpica e solare: creatura della saga nordica, icona di un femminino che ha trasmutato la propria natura ricettiva in potenza spirituale.
La donna come metafora del Tradimento e della Fedeltà
Vi è però un elemento che distingue l’operazione di Buttafuoco dall’essere una mera illustrazione narrativa della teoria evoliana. In Le uova del drago, il femminino assume una funzione specificamente etica e politica: Eughenia è «il controcanto di ogni tradimento». L’intero romanzo è costruito attorno alla rappresentazione del Tradimento – il tradimento dei vinti da parte dei vincitori, ma soprattutto il tradimento dei valori eroici da parte della mediocrità democratica – e il femminino sacro incarnato da Eughenia costituisce il polo opposto: la fedeltà assoluta all’Idea, la lealtà alla causa al di là di ogni convenienza.
Questo è un contributo originale di Buttafuoco all’elaborazione del tema evoliano. Se Evola aveva descritto la donna come mediatrice tra spirito e materia, come custode della polarità sacra, Buttafuoco aggiunge una dimensione ulteriore: la donna come guardiana della fedeltà metafisica, come colei che non tradisce, che resiste eroicamente contro la dissoluzione e custodisce il sacro contro l’oblio del profano.
Non va infine sottovalutata la dimensione stilistica dell’operazione di Buttafuoco. La scrittura de Le uova del drago è essa stessa un atto rituale: iperbolica, fantasmagorica, barocca, costruita come un cunto siciliano, quella forma arcaica di narrazione orale in cui la parola non descrive ma evoca, non racconta ma incanta. In questa tradizione, che affonda le radici nella cultura araba e normanna dell’isola, la donna non è mai semplice personaggio: è sempre anche simbolo, potenza, presenza numinosa.
Conclusione: attualità del pensiero evoliano
A distanza di decenni dalla pubblicazione delle sue opere principali, il pensiero di Evola sul femminino sacro conserva una sorprendente attualità. La crisi dei rapporti tra i sessi, lungi dal risolversi, si è aggravata: la disgregazione della famiglia tradizionale, la fluidificazione delle identità sessuali, la riduzione dell’eros a merce di consumo, testimoniano quella perdita della polarità sacra che Evola aveva diagnosticato.

La via di uscita che Evola indica non è né il ritorno nostalgico a forme sociali del passato (il patriarcato ottocentesco era già una degradazione), né l’accelerazione verso ulteriori dissoluzioni, ma il recupero del principio metafisico che sottende le forme tradizionali.
Questo significa, per l’uomo: riconquistare l’autentica virilità, intesa non come machismo volgare ma come capacità di essere principio formale, portatore di trascendenza, punto di riferimento stabile. E comporta saper riconoscere nel femminino non un nemico da dominare né un oggetto da possedere, ma una potenza complementare attraverso cui lo spirito maschile può incarnarsi e realizzarsi.
Per la donna, invece, significa: rifiutare tanto la riduzione a oggetto quanto la mascolinizzazione degradante, per riscoprire quella potenza specifica che le tradizioni hanno sempre riconosciuto. Non imitazione sterile del maschile, ma realizzazione della propria natura come mediatrice tra spirito e materia, come incarnazione della Sophia, come custode di quella grazia indistruttibile che nessuna ideologia moderna può veramente cancellare.
Il recupero del femminino sacro non è dunque operazione archeologica, ma necessità esistenziale del presente. In un’epoca di totale desacralizzazione, dove ogni cosa è ridotta a merce e ogni relazione a contratto, il riconoscimento della dimensione metafisica del sesso rappresenta una delle poche vie ancora percorribili verso la reintegrazione dell’essere umano frammentato.
Bibliografia essenziale
Bachofen, Johann Jakob, Le Madri e la virilità olimpica, Fratelli Bocca Editori, Milano 1949
Buttafuoco, Pietrangelo, Le uova del drago, La Nave di Teseo, Milano 2016
Evola, Julius, Considerazioni sul divorzio, «Il Conciliatore», 15 settembre 1971
–, Il Mistero del Graal, Edizioni Mediterranee, Roma 1997
–, La Tradizione ermetica, Edizioni Mediterranee, Roma 1996
–, Le ragazze italiane, «Roma», 24 agosto 1952
–, Lo Yoga della Potenza, Edizioni Mediterranee, Roma 2010
–, Metafisica del Sesso, Edizioni Mediterranee, Roma 1996
–, Rivolta contro il mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma 1998
–, Terzo sesso e democrazia, «Il Borghese», 1 agosto 1968
Goethe, Johann Wolfgang von, Faust, traduzione in versi di Vincenzo Errante, 2 voll., Sansoni, Firenze 1942
–, La fiaba del serpente verde e della bella Lilia, CambiaMenti, San Lazzaro di Savena (Bologna) 2019
–, Le affinità elettive, Marsilio, Venezia 2020